Povertà per la vera ricchezza

 

Spesso, trattando della povertà, viene evidenziato l’aspetto negativo, di privazione, all’interno di un cammino ascetico personale verso Dio, trascu­rando l’aspetto comunionale ed umano che essa possiede. Proprio con questa chiave di lettura invece, le seguenti note sono volte ad evidenziare il ricco ed ampio senso della povertà nel Nuovo Te­stamento e nel pensiero dei Padri: la povertà ci di­spone alla comunione dei beni materiali e spirituali.

Ecco alcune note biblico-patristiche, per la rilettura di una virtù profondamente umana

Chi, al seguito di Gesù, non cerca che Dio, deve stare attento a non legarsi ai beni della terra per trovarvi già qui la felicità (cf Col 3, 1-2) poiché è difficile desiderare le realtà del Cielo quando si è già soddisfatti: «Guai a voi ricchi... ché avete già ricevuto la vostra soddi­sfazione» (cf Lc 6, 24).

I poveri invece sono dichiarati beati se – avendo capito la nullità dei valori terreni – aspirano alla giustizia e alla beatitudine del Regno di Dio: è il concetto di peregrinatio dalla terra al cielo presente in tutta la Scrittura e sintetizzato dalla Lettera agli Ebrei: «Noi non abbiamo quaggiù una città nella quale restere­mo per sempre, ma aspiriamo alla città che deve ancora venire (...) e perciò non dimenticate di fare il bene e di mettere in comune ciò che avete» (13, 14-16). Chi si attacca alle cose della terra è un calcolatore che mette nel possesso delle ricchezze lo scopo della sua stessa vita, e ne è condizio­nato al punto di non capire che comunque de-ve morire; mentre sarebbe saggio tesaurizzare ricchezze spirituali, servendosi dei beni mate­riali per guadagnarsi il Regno (Mc 10, 21), la patria.

Non si può contemporaneamente essere schiavi di mammona e servi di Dio, ossia idola­tri e seguaci di Cristo.

Il ricco confida in se stesso e nei suoi averi; il povero evangelico si aspetta tutto dal Padre che è Dio. Per questo è difficile al ricco entrare nel regno dei cieli: la salvezza è dono di Dio, e non c’è salvezza se non si riconosce il proprio bisogno e se non si chiede a Dio di ri­ceverla da lui.

Anche un povero, dunque, che non si rico­nosce bisognoso di Dio, è ricco di sé e pertan­to lontano dalla salvezza perché non riconosce il Padre.

La povertà evangelica aperta alla comunione

In realtà Gesù non ha condannato il posses­so dei beni in quanto tale, bensì richiede il distacco dai beni. Sono elogiate le sante donne che aiutavano con i loro beni il gruppo degli apostoli, come Giuseppe d’Arimatea e le sorelle Marta e Maria di Be­tania.

Cos’è dunque la povertà evangelica? Lo si capisce da Gesù stesso. Non è miseria (patire la fame, non avere vestiti o casa) poiché Gesù dice ai discepoli: «Vi è forse mai mancato qualcosa?» - «No», rispondono, poiché la Provvidenza (il Padre) non si è mai di­menticato dei suoi figli.

San Paolo, quando fa la colletta per i fedeli di Gerusalemme afflitti dalla carestia, dice ai cristiani di Corinto: «Questa colletta non ha lo scopo di ridurre voi in miseria perché altri stiano bene, ma per raggiungere una certa ugua­glianza. In questo momento infatti voi siete nell’abbondanza (avete del superfluo) e perciò potete recare aiuto a coloro che sono nella ne­cessità» (2Cor 8, 12-14).

La povertà è essere aperti alla comunione. Quando Paolo scrive a Timoteo come deve comportarsi con i ricchi, non dice di condan­narli, ma di raccomandare loro di non essere orgogliosi delle proprie ricchezze, ossia di non servirsene come di un potere, bensì di essere pronti a mettere in comune ciò che possiedono (1Tm 6, 17-18). La stessa cosa quando scrive ai Romani: «Siate pronti ad aiutare i vostri fratel­li quando hanno bisogno» (Rm 12, 13).

Di più: la comunione è così fondamentale per Paolo che parlando dei ladri dice loro: «Se qualcuno rubava, ora non rubi più: anzi si dia da fare, lavorando onestamente con le proprie mani per avere la possibilità di aiutare chi si trova nel bisogno» (Ef 4, 28). Non è sufficiente per un cristiano non pesare sugli altri, bensì pensare ad aiutare concretamente gli altri, e non solo i cristiani poveri, ma tanti altri, perché siano in molti a ringraziare Dio: «Il vostro aiu­to, infatti, sarà per loro una prova concreta che voi sapete ubbidire e accogliere il messaggio di Cristo, e loderanno Dio per la generosità che dimostrate nel dividere i vostri beni con loro e con tutti» (2Cor 9, 13).

Dei primi cristiani gli Atti riportano il fatto che «quelli che possedevano qualcosa non lo consideravano proprio, ma tutto quel che avevano lo mettevano in comune» (4, 32). Si trattava di una comunione dei beni assolutamente li­bera, tant’è vero che quando Anania e Saffira tennero per sé una parte dei soldi ricavati da un campo venduto facendo però credere che avevano dato tutto, Pietro li accusa non perché hanno mancato alla povertà, ma perché hanno mentito allo Spirito Santo: «Il campo era tuo, e anche dopo averlo venduto potevi benissimo tenere tutto il denaro per te, lo sai bene... Perché allora hai mentito? Tu non sei stato bu­giardo verso gli uomini ma verso Dio (At 5, 4).

Nella vita dei primi cristiani: il lavoro, per una maggiore condivisione

Per quanto riguarda il lavoro: l’oziosità, già considerata come il vizio più ignobile (Sir 22, 1-2), viene condannata direttamente anche da Gesù e dagli apostoli (Mt 25, 26; Tt 1, 12), ma soprattutto indirettamente dal loro esempio, perché Gesù non li ha fatti smettere di lavorare.

San Paolo dirà: «Quando ero con voi non sono rimasto in ozio, non mi sono fatto mantenere da nessuno, ma ho lavorato giorno e notte con grande fatica per non essere di peso a nessuno, benché avessi certamente anche qualche diritto...» (2Tess 3, 7-9). E non provvedeva solo a se stesso, ma anche alle necessità di quelli che erano con lui. E conclude: «Vi ho sempre mostrato che è necessario lavorare per soccorrere i bisognosi» (At 20, 35).

Il lavoro, inoltre, mette a contatto con Dio. Gesù, infatti, facendosi uomo ha assunto in sé tutta la natura; «in Lui risorto tutta la natura è risorta»; ma lo si scopre non contemplandone soltanto la bellezza, bensì nel lavoro che la trasforma in amore verso gli altri. È stato attri­buito a Gesù un detto (Papiro di Ossir. 1, 4): «Alza una pietra, troverai me, spacca la legna e lì mi trovi».

Tutto, insomma, è in funzione della comu­nione con Dio e con gli uomini. La prassi della primissima comunità cristiana perdura nell’in­segnamento posteriore (DidachéLettera a Diogneto). Nella Lettera dello Pseudo-Barnaba (a. 96-98) è scritto: «Metterai ogni cosa in co­mune e non dirai “questo è mio”: se partecipate insieme alle cose incorruttibili (fede, Eucari­stia...) quanto più non dovete farlo nelle cose corruttibili?».

I beni messi in comune, Tertulliano li chia­mava «deposito della pietà», perché servivano a sfamare i poveri e aiutare tutti gli emarginati (vecchi, prigionieri, giovani senza mezzi e lavo­ro), senza discriminazioni tra cristiani e non.

Il cristiano infatti può imitare la carità divi­na (l’amore di Dio Padre) essendo generoso.

La regola cristiana in una comunità può es­sere espressa da questa frase di un igumeno (responsabile di un cenobio): «Il Signore conta su di voi: dovete essere dei buoni economi (la­voratori e risparmiatori) per poter soccorrere i poveri e gli indigenti fino a che non si arrivi all’assoluta eguaglianza».

Per modellarsi sulla Trinità: povertà interiore

Ma è soprattutto con sant’Agostino che la “povertà” non ha più soltanto il significato di «mettere in comune i beni materiali», bensì an­che di povertà interiore: essere poveri anche dei carismi personali, delle proprie ispirazioni, del proprio mondo affettivo, mettendo tutto in comune affinché la comunione sia non di soli beni di consumo, bensì comunione tra persone, come nella Trinità.

Tutti i Padri della Chiesa inoltre hanno parlato moltissimo della povertà, sia come posi­zione spirituale del cristiano che tutto si aspet­ta da Dio Padre (Provvidenza); sia come imita­zione della carità divina che ha creato gli uo­mini uguali e vuole che sia ristabilita l’egua­glianza (dare ai poveri è restituire — il ricco che capitalizza per sé è omicida); sia come dovere sociale di lavorare, industriarsi per dare agli indigenti, senza discriminazione di persone; sia perché chi vuole identificarsi con Cristo deve distaccarsi da ogni cosa.

La povertà materiale, insomma, di per sé non è né un bene né una virtù. Tutto dipende dall’atteggiamento dell’uomo nei suoi confron­ti. La stessa cosa vale per la ricchezza: non è né un bene né un male: il bene o il male dipen­dono dall’atteggiamento dell’uomo verso di es­sa (distacco) e dal suo uso (farne strumento di comunione).

In realtà la perfezione evangelica è che l’uo­mo sia semplice: che non abbia meno di quan­to gli serve a vivere (non sarebbe una testimo­nianza che Dio è Padre), ma che non abbia neppure di più perché sarebbe disarmonia estetica, morale e sociale. Il fiore del prato e l’uccello dell’aria rappresentano il tipo della semplicità evangelica che è armonia. Perciò: procurarsi il «pane quotidiano» senza affan­narsi, perché «la vita vale più del cibo, e il cor­po vale più del vestito» (Lc 12, 22-23). E anco­ra: «ll vostro modo di vivere non sia ispirato all’avidità, ma dovete accontentarvi di ciò che avete nel momento presente...» o imparando comunque a rendervi autosufficienti in ogni congiuntura – dice Paolo – così come faccio io che so vivere nelle privazioni come nell’ab­bondanza (cf Fil 4, 11-12).

Povertà e realizzazione di sé: passaggio dall’io falso all’io vero

Il concetto è chiaro: chi investe tutte le pro­prie energie nel procurarsi beni e ricchezze per sé, in realtà non vive la vita, che è molto di più. E in effetti sarebbe un chiudersi nel pro­prio ego, spegnere il cuore e mettersi nell’im­possibilità di aprirsi all’amore del prossimo, che è l’unica via della salvezza (cf 1Gv 3, 17-18) perché è già qui, sulla terra, l’unica vita che esalta l’uomo in tutta la ricchezza della propria umanità.

L’avidità o l’attaccamento a sé e alle cose distrugge l’io, lo sgretola, sia perché favorisce l’orgoglio e l’autocompiacenza, sia perché co­struisce quel “falso io” che gli psicologi chia­mano “ego”. Basta pensare a come la società di oggi tende a spegnere la persona distraendola con l’avere e con il consu­mare. Si spegne l’io ingrassando l’ego. Ma l’io, la persona, è; l’ego, ha. L’ego vede l’uomo e il mondo come oggetti da possedere (ho un cor­po, ho denaro, ho casa, ho una posizione sociale, ho dei dipendenti, ho un marito, ho una moglie); l’io è rapporto, è partecipazione, è co­munione con gli uomini e con la natura.

L’ego si sviluppa quando la propria identità è in crisi, ed è perciò che mette in crisi i rap­porti.

San Girolamo penetra profondamente l’im­possibile coesistenza dell’io e dell’ego. Com­mentando la parabola del ricco e del povero Lazzaro, dice al ricco che dall’inferno supplica il padre Abramo: «Magari avessi implorato prima colui che è veramente il Padre nostro (Dio). Se conoscevi tuo padre, perché disprez­zavi tuo fratello?.. Ma se tuo padre è Abramo, di conseguenza hai cinque fratelli: la vista, l’odorato, il gusto, l’udito e il tatto. Nella tua vita passata sei stato schiavo di questi fratelli, perché proprio loro consideravi fratelli; e quando amavi quei fratelli eri nell’impossibilità di amare, come tuo fratello, Lazzaro... I sensi, questi tuoi fratelli, non amano la povertà! ... Questi tuoi fratelli amavano le ricchezze e non erano neppure in grado di accorgersi della povertà altrui!» (Omil. in Lc 16, 19-31).

Il problema dell’uomo oggi sta proprio nella necessità di ricostruirsi un io integro, liberan­dolo del proprio ego, ossia da ogni sorta di avi­dità e di possesso. L’io integro lo possiede chi sa svuotarsi, spogliarsi, per arricchirsi nella co­munione con l’altro. Questa è già una forma di trascendenza: ci si libera dal narcisismo (riferi­mento a sé, autocompiacenza per quel che si ha: privilegi, prestigio, possibilità di fare, di co­mandare, di disporre...) per entrare – senza questi impedimenti – in comunione con ogni uomo.

Un cammello non può penetrare attraverso la cruna di un ago, che è la porta stretta per entrare nel regno della comunione trinitaria.

La povertà è dunque rinuncia (o distacco) a tutto quanto si possiede.

Gesù in croce: umanità realizzata

Chiara Lubich, in una mirabile sintesi, pren­dendo lo spunto dalle parole di Gesù: «Chiun­que di voi non rinuncia a tutto quanto possie­de, non può essere mio discepolo» commenta:

«Chiunque: dunque le parole di Gesù sono rivolte a tutti i cristiani.

Tutto: lo richiede a tutti per essere cristia­ni. Non possiamo essere attaccati nemmeno all’anima nostra (che è una delle possessioni no­stre), ma dobbiamo staccarci da tutto.

E qui Gesù Abbandonato è maestro universale» (Scritti Spirituali/I, Roma 1978, p. 52).

Gesù Abbandonato, l’Uomo, l’umanità rea­lizzata, colui che – dice san Paolo – pur es­sendo uguale a Dio non conservò gelosamente questa sua prerogativa, ma se ne spogliò per diventare come un servo, uomo tra gli uomini (cf Fil 2, 6-7) e realizzare così virtualmente la comunione tra gli uomini, la civiltà trinitaria.

Virtualmente. Perché si attui in concreto occorre far proprio l’invito di san Paolo: «Badate agli interessi degli altri e non soltanto ai vostri. I vostri rapporti reciproci siano identici al comportamento di Gesù il quale, pur essen­do Dio, rinunziò a tutto» (cf ibid., 4, 7).

Gesù Abbandonato: maestro universale di come si attua la comunione. Maria Desolata, l’espropriata, madre dell’unità.